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Italia: siamo ancora un paese sviluppato?


Colpa della crisi o degli italiani?

Fino a un decennio fa era di moda, tra gli economisti e anche a livello giornalistico, la classificazione tra paesi sviluppati, paesi in via di sviluppo e paesi sotto-sviluppati. Nel primo insieme rientravano generalmente tutti i paesi  occidentali, nel secondo tutti i paesi che partendo da condizioni disagiate stavano sperimentando periodi di forte crescita, nel terzo tutti i paesi poveri e in condizione di stagnazione economica.

Vista dell'Italia di notte dallo spazio
Vista dell’Italia di notte dallo spazio

Ora, successivamente alla recente crisi economica che ha drasticamente ridotto le capacità di creazione di ricchezza dei paesi occidentali, non influenzano eccessivamente, invece, il percorso di crescita dei paesi in via di sviluppo, questa distinzione è andata man mano sfumandosi e nei prossimi decenni  questo processo è destinato a continuare.

Europa a due velocità

Questa tendenza di lungo termine era ed è prevedibile, considerando tra l’altro come la categoria “paesi in via di sviluppo” sia, come il nome stesso lascia intendere, una classificazione a carattere temporaneo. Tali paesi, una volta terminato il loro periodo di sviluppo, sono infatti destinati ad allinearsi ai paesi sviluppati seguendo un percorso di convergenza ben noto a livello macroeconomico. D’altra parte, meno prevedibilmente, accanto a questo percorso di convergenza, si sono affiancati diversi percorsi di divergenza che hanno principalmente riguardato i paesi occidentali. Non di rado ascoltando i telegiornali è facile sentire il riferimento alla creazione di un’Europa a due velocità o ad un’Europa (Euro) di serie A contro un’Europa (Euro) di serie B. Inoltre, sempre leggendo i giornali o anche solo guardando il destino dei giovani che conosciamo, sempre più sembra rilevante il fenomeno dell’emigrazione, che spesso viene etichettato con il termine “fuga di cervelli” riferendosi al fatto che, ora, diversamente dal dopo guerra, sono generalmente i giovani più preparati che se ne vanno alla ricerca di possibilità che il nostro paese non sembra più in grado di offrire.

La globalizzazione come scusa

Cosa è successo? E’ in atto forse un percorso di divergenza tra i paesi cosiddetti “sviluppati”?

Una prima risposta potrebbe essere molto semplice: è colpa della globalizzazione, se eliminiamo questo male esterno, il nostro destino può continuare come prima ed i paesi smetterebbero di essere fra loro in competizione, specialmente se questa competizione riguarda i prezzi dei beni ed i salari dei lavoratori. Pur non entrando troppo nel dettaglio sulla convenienza o sull’effettiva possibilità di lasciarsi alle spalle il mondo “globalizzato”, è importante a questo punto sottolineare come non siano solamente i “nuovi” paesi sviluppati (Cina, India, Brasile, ecc.) ad attrarre i nostri giovani o a competere con le nostre economie. Infatti, le destinazioni di molti giovani Italiani non sono sempre troppo “esotiche”, ma talvolta riguardano: la Germania, l’Inghilterra, la Francia, l’America del Nord ecc., insomma tutti quei paesi che rientrano nella categoria dei “paesi già sviluppati”, la stessa categoria dell’Italia!

L’Italia ha forse quindi cambiato categoria? Una volta trovandomi in uno stato estero e partecipando ad un corso sull’economia dello sviluppo sento il docente fare riferimento all’Italia come a un caso interessante in quanto pur avendo raggiunto un PIL pro capite da economia sviluppata presenta ancora certi indicatori (vedi corruzione) da economia in via di sviluppo. Possiamo quindi ancora considerarci in fase di transizione? Sfortunatamente non è questa la risposta corretta, seppur le dinamiche politiche siano fondamentali per la completa maturità di un paese.

Pur mantenendo le nostre “buone” e “cattive” peculiarità, ciò che sta succedendo all’Italia, sta accadendo anche in altri paesi Europei e anche in alcuni Stati americani. La convergenza naturale verso un livello di benessere comune non si è verificata, si sono invece messi in atto diversi fenomeni divergenti che hanno portato paesi o città completamente basate sul passato modello industriale a declinare improvvisamente (vedi Detroit), mentre altre regioni sviluppate su un nuovo modello di economia innovativa sono state in grado di attrarre il capitale umano che ha dato il via ad un processo di crescita ed espansione (vedi Silicon valley). L’America quindi che noi vediamo come un singolo agglomerato geografico ed economico è fatto di realtà  diverse e sempre più divergenti tra loro (Nuova Geografia Economica – Enrico Moretti).  Questo processo in atto in America, sta già coinvolgendo anche l’Europa e i primi effetti sono già sotto i nostri occhi.

Cosa succederà?

Il destino dell’Italia è quindi segnato? La risposta è no, però dobbiamo assolutamente rimediare all’errore di considerare uno stato ottenuto come permanente, nessuna categoria può reggere all’infinito ed è sempre necessario adattarsi al nuovo che avanza. Non possiamo stare a guardare reclamando il nostro diritto acquisito ad essere uno stato sviluppato, dobbiamo continuare a dimostrarlo, come dobbiamo continuare a reinventarci. Come fare? Beh forse l’esempio da seguire siamo noi stessi, sono i nostri giovani che all’estero spesso si fanno valere e distinguere per creatività e spirito di sacrificio, sono disposti ad adattarsi a tante cose, ma soprattutto all’incertezza, una realtà nuova che però sanno affrontare. Questi giovani non devono spaventarci, non dobbiamo chiudere loro le porte pensando, escludendo loro ogni possibilità, di rimandare il momento del cambiamento. Il rischio di restare fermi è troppo grande ora per non avere l’umiltà di fidarsi dello spirito di adattamento di quei giovani che, se portato in Italia, potrebbe finalmente darci la forza di guardare oltre la categoria a cui pensiamo di appartenere per camminare verso ciò che invece vogliamo diventare.

crisi e sviluppo dell'italia
Immagine del film italiano medio – fonte

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